Primavera libanese

Beirut, Piazza dei Martiri.

Che cosa sta succedendo in Libano?

Da qualche settimana il Libano sta vivendo uno dei momenti più drammatici dalla fine della guerra civile. In una situazione già normalmente molto instabile, il Coronavirus ha causato l’emergere di tutti i problemi a cui negli ultimi anni la classe politica non è stata in grado di fornire una risposta. Dal punto di vista della crisi sanitaria, nel paese vi è solo un ospedale – Rafik Hariri University di Beirut – in grado di fare tamponi e curare i pazienti affetti dal virus, mancano ventilatori e posti di terapia intensiva. Dal 21 febbraio, giorno in cui è stato registrato il primo contagio, il numero dei contagi è di circa un centinaio al giorno.

Oltre alla crisi sanitaria causata dal virus, c’è anche quella economico-finanziaria. Dal 9 marzo scorso il Paese è ufficialmente in default, la lira libanese si è svalutata di oltre il 60% e c’è stato un aumento importante dei prezzi dei beni di prima necessità. A causa della generalizzata crisi economica, i libanesi non possono più disporre del denaro presente sui loro conti correnti bancari. Le banche infatti permettono il prelievo solo di minime quantità di denaro e tutti i trasferimenti di fondi dall’estero sono bloccati. Decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro e in molti ormai non riescono più nemmeno ad alimentare i propri figli.

In una condizione del genere, le persone non hanno davvero più nulla da perdere e sono quindi iniziate le rivolte in strada, gli attacchi alle filiali delle banche e gli scontri contro l’esercito. Lo scorso martedì a Tripoli, durante le proteste, l’esercito ha aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti, causando la morte di un ragazzo libanese di 26 anni e circa una sessantina di feriti.

Dal 13 marzo il governo ha stabilito la chiusura delle frontire con l’Europa e ha dichiarato il coprifuoco dalle sette di sera alle cinque di mattina. Ma in un contesto del genere il “lockdown” imposto dal governo per combattere la diffusione del virus non appare sostenibile. Lo slogan dei manifestanti è “meglio morire di covid che di fame” : impossibile chiedere alle persone di rimanere tranquille in casa quando il governo non ha ancora disposto nessuna forma di aiuto.

Dalle dimissioni del presidente Hariri, nell’ottobre del 2019, il Paese stava davvero iniziando a sperare in una svolta che purtroppo non è arrivata. Quello che sta succedendo è chiaramente la prova del fatto che il subentrato presidente Diab non è ancora stato in grado di intervenire nei punti critici : dalla lotta alla corruzione all’eliminazione dei sistemi di clientela su cui si regge il paese da anni. Inoltre, ad aggravare la condizione, c’è da segnalare che nemmeno dall’esterno si intravedono possibili forme di aiuto in grado di risollevare il paese. Non ci sono paesi “amici” disposti ad aiutare l’ormai devastato Paese dei cedri.

Di Armando Oricchio

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