Inferno Europa

Dal viaggio a Lesbo del maggio 2016.

Due mesi dopo l’accordo tra Ue e Turchia (Maggio 2016), Mytilene, cittadina baciata dal sole nell’isola di Lesbo, sembra tornata alla normale routine. Ristoranti e locali pieni, strade affollate dai giovani, nessun segnale di emergenza umanitaria.

A pochi chilometri dal centro sono presenti due campi profughi ufficiali, in uno dei quali, Moria, siamo riusciti ad entrare senza alcuna autorizzazione.

La maggior parte delle persone provengono dalla Siria e moltissimi sono i bambini. Il campo è circondato da recinzioni e filo spinato, un ragazzo del Gambia ci mostra le celle in cui sono imprigionati alcuni minorenni, forse i più restii ad accettare la condizione di detenzione, come unica possibilità di contatto con l’esterno fanno penzolare le gambe dalle finestre chiuse da sbarre d’acciaio.  

Dal 2016 ad oggi le condizioni sono estremamente peggiorate in quanto all’esterno l’accampamento informale è circa il doppio di quello ufficiale. In questi anni sono scoppiate rivolte e sono morte persone a causa di incendi accidentali. Il Covid-19 è un problema che si aggiunge agli altri. 

Moria

Il primo luogo che visitiamo sono i bagni e le docce: le mie scarpe si immergono in una coltre d’acqua e sporcizia, nessuna norma sanitaria è rispettata, quadri elettrici aperti, odore forte e insopportabile di fogna, nemmeno la divisione di genere. Notiamo poi una zona recintata in cui alcuni bambini giocano tra di loro, circondati da reti d’acciaio, sono immagini che colpiscono, lasciano senza parole.

Ci fermiamo a parlare con un gruppo di ragazzi dell’Africa centrale, ci spiegano che sono arrivati da più di due mesi, non hanno alcuna assistenza legale e non conoscono le tempistiche per la richiesta d’asilo, non hanno ricevuto schede telefoniche per contattare i familiari, e raccontano come il cibo, oltre alla scarsa qualità, non è mai sufficiente per tutti, per questo motivo molte persone iniziano la coda due ore prima dalla consegna dei “pasti”. Gli chiediamo quali siano le motivazioni che li ha spinti a partire e ci mostrarono fotografie di politici trucidati nel loro paese e immagini shock dei lavoratori bambini nelle miniere di coltan e altri minerali, sventrati dagli stessi materiali taglienti, sono fuggiti da questi lavori disumani e dalle bande armate. 

 Spostandoci in un’altra zona ci fermiamo a parlare con una famiglia siriana, sono in sette persone, vivono in una tenda sotto il sole caldissimo e la pioggia. Una donna ci mostra il suo bambino di sette mesi, ci dice che sta sempre male, non ha latte e non riceve nutrizione sufficiente. Il nonno, di sessant’anni circa, è invalido e zoppica. Lo zio, nemmeno trentenne, si alza la maglia e ci mostra una cicatrice che parte dal petto fino alla schiena, ha avuto un trapianto. Non sappiamo cosa dire, segnaliamo la situazione a UNHCR.

Coste della Turchia

Tutte le persone arrivate dalla Turchia sull’isola di Lesbo sono passate almeno una volta da Moria, poiché è l’unico luogo dove avviene la registrazione iniziale e si svolgono i lenti colloqui per il riconoscimento dello status di rifugiati. 

Il crimine è dover trascorrere sei mesi o un anno in quelle condizioni.

Forse anche noi quel giorno pensavamo di entrare in un campo profughi ma in realtà uscivamo dall’Unione Europea, anzi eravamo semplicemente al suo “funerale”.

Mi chiedo quale sentimento e opinione crescerà tra queste persone nei confronti dei nostri paesi e delle nostre istituzioni?!

Di Luca Speranzini, Anteo Ciavatti, Armando Oricchio

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