Aloha Paura

La quarantena raccontata da un italiano alle Hawaii

È difficile sentirsi parte del mondo quando si è fuori dal mondo. Non solo il Coronavirus, molte delle “notizie importanti” non vengono percepite come tali alle Hawaii. Siamo fuori dal mondo, è un dato di fatto.

Posizione delle Hawaii sul pianeta terra

Tra le palme, i banani e i surfisti, nessuno credeva che la grossa macchina del turismo, oliata negli anni, avrebbe potuto fermarsi.

Quando il virus cominciava ad avere una certa presenza nei media americani, alcuni dei miei colleghi più anziani cercavano di prendere le distanze dai visitatori asiatici.

Potrebbero essere cinesi, potrebbero essere infetti, non si sa mai” era ormai un pensiero diffuso nelle menti di molti.

Quando poi l’effetto del virus prendeva le prime pagine in Italia, cominciava la paura degli italiani.

Di dove sei?” “Sono italiano” e i gomiti, che si erano appoggiati al bancone un secondo prima di fare la domanda, subito si ritraevano.

La paura è una cosa seria e irrazionale. Il “non si sa mai” in qualche modo conquista tutti.

È italiano magari è appena tornato dall’Italia, meglio evitare”
“Ok, ma ha appena detto che sono 2 anni che non torna in Italia…”
“E secondo te se fosse appena tornato ce lo direbbe così? Meglio evitare, non si sa mai”

Nel frattempo che i turisti più timorosi prendevano le distanze da me, io non potevo prendere le distanze da nessuno. Ho avuto a che fare con quasi duecento persone al giorno, ogni giorno, fino a metà marzo.

Vista da Haiku, Maui, Hawaii

Un piede di distanza, due piedi di distanza, due e mezzo…

Il primo impatto nella vita di noi isolani prese una piega matematica. “Non possiamo stare in gruppi più numerosi di 50 persone. L’ha detto il CDC (Center for Disease Control and Prevention)

Quindi gruppi di 50 si, di 51 no. Un’altra prova che la matematica non calcola il buon senso. Più la matematica restringeva i numeri e più si restringeva anche il buon senso.

Le cose sono presto degenerate sull’isola.
Il governatore dell’arcipelago ha dovuto prendere una decisione. Un giorno, da una diretta su facebook, ci ha detto che tutti i nuovi visitatori saranno obbligati a rimanere 14 giorni chiusi nella stanza dell’Hotel senza uscire, è la legge.

Ma dichiarare il “lockdown” a Maui non era nemmeno necessario dopo di questo. Basta bloccare il turismo ed è già lockdown. Quasi il 90% delle attività alle Hawaii, infatti, sono connesse al turismo. Se lo blocchi siamo tutti per strada. 

Due piedi di distanza, andare sulla spiaggia è fuori legge.
Al WalMart si, sulla spiaggia no. È pericoloso”.

Come la matematica, anche la politica a volte ignora il buon senso.

Un’isola è circondata dal mare. Chiudere l’accesso alla spiaggia su un’isola quindi equivale a metterci in un recinto. Per evitare il contagio quindi, alle Hawaii, si chiude uno dei posti dove il “distanziamento” era pratica già da prima.

“E possibile che un infetto metta l’asciugamano a meno di due metri da voi su una spiaggia vuota, quindi le spiagge verranno chiuse”.

Mentre l’assembramento nelle grandi catene dei supermercati americani va benissimo. Ci sono le salviette disinfettanti all’ingresso, al mare no.

Wahikuli Beach Park, Maui, Hawaii

Con le mascherine obbligatorie, aspettiamo in fila all’ingresso del supermercato dove queste regole non esistono più. Un ingorgo di persone sfreccia a destra e sinistra cercando il bene più prezioso oggi negli Stati Uniti: la carta igienica.

Non il cibo, non l’acqua, tanto meno il caffè per fare la veglia ai morti ma: “la carta igienica”. Negli Stati Uniti abbiamo problemi a trovarla, tanto che in molti supermercati non si può comprare più di un pacco per volta.

Scaffali della carta igienica

Senza scendere qui in analisi scientifiche o politiche riguardo gli effetti di questa “pandemia” (certificata OMS), posso affermare che, anche alle Hawaii, la paura è di gran lunga il virus più pericoloso.

E quando si ha paura, si sa, c’è bisogno di carta igienica.

Di Luca Pentola

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