La piovra del capitalismo nel mare dell’indifferenza

Potrei iniziare questo articolo dicendo che i ghiacciai mondiali, prima dell’epoca dell’Antropocene considerati perenni, si stanno sciogliendo ad un ritmo spaventosamente rapido. L’effetto del riscaldamento climatico nell’Artico e in Groenlandia è doppio rispetto al resto del pianeta, ed è causato anche dalla mancanza di neve, che provoca la perdita di rifrazione della luce e, di conseguenza, si scaldano terreno e acqua.

Potrei dire che secondo il WWF è in continuo aumento la deforestazione della Foresta Amazzonica e questo incide sulla perdita di biodiversità, ma non solo. La foresta svolge un ruolo fondamentale ad esempio nella mitigazione delle temperature e permette, inoltre, di trattenere tra i 140 e i 200 miliardi di tonnellate di carbonio. Senza le foreste pluviali rischieremmo di perdere fra il 17 e il 20% di risorse di acqua per il Pianeta.

Potrei dire che l’Africa sta vivendo una drammatica invasione di locuste del deserto senza precedenti.

Lo sciame di questi insetti ha colpito per la prima volta l’Africa lo scorso giugno, divorando centinaia di migliaia di ettari di colture e pascoli. Questo fenomeno iniziato in Yemen ha toccato una larga fascia di terra che attraversa almeno otto paesi: Kenya, Uganda, Sudan, Sudan del Sud, Etiopia, Somalia, Eritrea, Gibuti.

Gli esperti affermano che all’origine del fenomeno ci sia il prolungato periodo di piogge eccezionali, compresi diversi rari cicloni che hanno colpito l’Africa orientale e la penisola arabica negli ultimi 18 mesi.

I recenti eventi burrascosi sono a loro volta correlati al Dipolo dell’Oceano Indiano, un gradiente di temperatura dell’oceano che di recente si è notevolmente alzato.

Potrei dire che secondo il rapporto di Copernicus, il 2019 è stato l’anno più caldo mai registrato in Europa e 11 dei 12 anni più bollenti, rientrano negli ultimi due decenni.

Il 2019 è stato anche l’anno record degli incendi che si sono sviluppati in giro per il mondo.

Le cronache giornalistiche ci riportano alla mente quello che è successo in Australia e in Brasile, ma sono avvenuti violenti incendi anche in Indonesia, Bolivia, Nord America, Congo, Scandinavia, Russia e Cina.

Essi sono stati causati per lo più da una combinazione di clima secco, vento intenso, deforestazione, agricoltura e zootecnia.

Potrei dire tutto questo, ma a pochi o a nessuno importa. In particolare adesso, che viviamo attanagliati e isolati a causa della pandemia di coronavirus.

Quello che non tutti sanno (o si fa finta di non sapere) è che i cambiamenti climatici uccidono più di questa malattia. Secondo il Climate Index Risk negli ultimi 20 anni i fenomeni meteorologici estremi hanno causato 500mila vittime nel mondo.

Perché allora si considera importante solo il minore di questi due pericoli? E soprattutto perché non ci si rende conto che il coronavirus è direttamente collegato con i cambiamenti climatici?

Per rispondere alla prima domanda bisogna ricorrere alle affermazioni di alcuni sociologi, la grande differenza di percezione dei due fenomeni è che mentre assistiamo “in prima persona” agli effetti che provoca il coronavirus, la crisi del nostro pianeta sta avvenendo in tempi più lunghi e non si presenta direttamente sotto i nostri occhi.

Mettersi in gioco per fermare il virus prevede un sacrificio a breve termine (limitare i viaggi, indossare le mascherine), provare a contrastare il cambiamento climatico invece significa rivedere gli stili di vita per sempre.

Il coronavirus fa rivivere alle persone la paura del contagio, sensazione già provata anticamente per quello che ha riguardato la peste nera nel ‘300 e la più recente influenza spagnola. Il cambiamento climatico invece è qualcosa di totalmente nuovo, un pericolo che l’umanità non ha mai dovuto affrontare prima e anche per questo è difficile da comprendere e interiorizzare.

Nonostante sia maturata la coscienza ambientale negli ultimi anni, con il boom dei partiti verdi (soprattutto in Germania) e i movimenti giovanili dei Fridays for Future, la tragedia climatica che stiamo vivendo continua ad avere un ruolo marginale nel dibattito politico e pubblico. Gli stati non prendono decisioni importanti, come invece hanno fatto per il virus odierno. E questo proprio per il fatto che, nella maggior parte dei casi, il problema del cambiamento climatico sembra qualcosa di lontano, che non riguarda direttamente noi, ma il futuro prossimo dell’umanità. Vi è quindi la tendenza a sottostimare l’emergenza climatica e a rinviare l’attuazione di politiche e azioni costose, ma necessarie.

Per quello che concerne invece il secondo quesito posto: è ormai assodato che con le sue abitudini produttive e tendenze economiche, l’uomo influisce negativamente e a volte disintegra l’equilibrio naturale di foreste e animali selvatici, portando alla distruzione degli ecosistemi ed aumentando così la pericolosità di virus e batteri, nonché alla loro diffusione. Già nel 2007 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avvertiva che le infezioni virali, batteriche o da parassiti sarebbero diventate minacce sempre più ricorrenti con l’aggravarsi del cambiamento climatico.

Tra le cause dell’alterazione climatica, una delle peggiori è l’inquinamento atmosferico, un sottovalutato fattore che investe tutte le nostre città.

L’inquinamento provocato da fabbriche e automobili, è responsabile (oltre al tabacco) della maggior parte delle malattie respiratorie nell’uomo.

Data l’alta percentuale di decessi causata dal virus in zone del mondo molto inquinate, nell’ultimo periodo diversi ricercatori hanno avviato studi per capire se ci possa essere una correlazione tra scarsa qualità dell’aria e Covid-19.

A causa delle limitazioni per ridurre i contagi si è verificato un rallentamento delle maggiori economie occidentali, che ha provocato una riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

Ma questo effetto durerà poco. Secondo molti analisti, finita la crisi, l’economia globale tornerà a “lavorare” a pieno regime e si teme che le emissioni ritornino ai livelli preesistenti, o addirittura aumentino.

Ogni stato deve rialzarsi, e per far ripartire l’economia velocemente, di norma, vengono favorite le attività produttive tradizionali.

Per cui a lungo termine gli effetti negativi di questa “ripresa” cancelleranno qualunque miglioramento ottenuto durante il lock-down.

Viviamo nell’era fondamentale in cui si ha la possibilità di creare risposte a grandi temi, di convertire la produzione in qualcosa di diverso, di verde, in quanto abbiamo visto che il sistema fin qui usato ci è piaciuto tanto, ma ci porterebbe all’estinzione di massa.

Questa tragedia dona la grande occasione di ripensare e riprogettare tutto quello che abbiamo ignorato finora: cioè che viviamo in un mondo finito, che si regge su equilibri delicati e, se li alteriamo, mettiamo in pericolo innanzitutto noi stessi.

Per questo motivo è importante smettere di ragionare sul qui e ora e iniziare a pensare in termini di “cambiamento” che implica non solo “noi” con le attenzioni sui consumi e sull’uso della bicicletta, bensì rivedere completamente la logica capitalista economica.

Dobbiamo smettere di pensare che il PIL possa essere illimitato, smettere di credere che sia giusta l’esistenza di un ricco e dieci poveri, smettere di pensare che esista la libertà del bisogno.

L’unico bisogno vero dell’uomo sono le sue esigenze primarie che vengono soddisfatte senza industrie, grattacieli, strategie di marketing, souvenir e maxi schermi al plasma.

Siamo arrivati al punto in cui è necessaria una visione di quello che vogliamo diventare da adesso ai prossimi 30 anni, e la questione ambientale non può essere affrontata in maniera isolata dall’insieme delle questioni economiche e sociali. Il cambiamento è arduo da perseguire ma dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi.

di Anteo Ciavatti

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