La grande muraglia

Sono stata operatrice volontaria e attualmente sono psicologa, sempre a titolo volontario, presso il centro antiviolenza “Rompi il Silenzio”, che opera nella provincia di Rimini.
Ogni giorno, assieme alle altre, mi ritrovo a demolire, mattone dopo mattone, il muro che la violenza erige tra le donne e la loro libertà, i loro desideri, la loro vita.
Spesso chi arriva al nostro centro è dietro quel muro da un po’. Spesso, quel muro, nel tempo, è divenuto cosi alto da non consentire neppure uno sguardo sul mondo, là fuori.
Mattone su mattone.
Tutto quello che viene narrato, della violenza sulle donne, della violenza di genere, è quello che accade quando il muro, ormai, è una muraglia. Altissima, invalicabile. I femminicidi, quelli ce li raccontano. Perché interessano, perché il click arriva, perché l’audience sale. Centinaia di milioni di euro, valgono in pubblicità le donne che vengono stuprate o ammazzate. Quelle picchiate selvaggiamente, se le lesioni sono abbastanza gravi e visibili, valgono meno ma qualcosa ci si può ricavare ugualmente.
Siamo sovrastimolati dalla visione della Grande Muraglia della violenza, come la chiamo io. Perché quella, bagnata di sangue, si vende bene.

Specie se la racconti in maniera sessista, addossando alle donne la responsabilità della violenza che subiscono: «se non avesse deciso di separarsi», «se non si fosse ubriacata», «se la gonna non fosse stata così corta».
La Grande Muraglia bagnata dal sangue delle donne, versato non dagli uomini violenti, ma da queste donne incaute, troppo indipendenti, persino un po’ puttane. La vittima diventa il colpevole: il colpevole, vittima.
E così, l’Italia davanti alla TV può consumare il tutto, morte prima e spot sull’automobile Xy subito dopo, senza farsi domande scomode, senza doversi misurare con i propri fantasmi. Non sia mai che la pastasciutta ci resti sullo stomaco.
Quello che non raccontano o che si racconta troppo poco, è che la Grande Muraglia, quella che nasconde gli orrori, le vittime, è pur sempre fatta di mattoni. E che all’inizio di ogni storia, di tutte le storie, il mattone è uno solo.
Poi, con il tempo, mattone dopo mattone, il muro cresce. Ma nei primi tempi è basso, è poco più di un muretto: si potrebbe scavalcare senza neppure saltare.
Non ce lo raccontano, questo. Perché non conviene. Primo, non è spettacolare, non emoziona, non eccita il nostro voyeurismo.
E poi è pericoloso, che le persone, donne e uomini, riflettano su quei primi mattoni.
Perché si renderebbero conto che un femminicidio non è qualcosa che nasce solo all’interno di famiglie disastrate, che viene perpetrato da mostri o pazzi, che appartiene insomma a un mondo che non potrà mai riguardarci da vicino.
È vero il contrario. La muraglia nasce da piccoli mattoni che tutti contribuiamo a posare e che possiamo togliere prima che il muro divenga troppo alto per qualcuna. Prima che il violento di turno picchi, stupri, uccida dall’alto di quel muro.

La violenza nasce dalla cultura, e la cultura è un insieme di significati che tutti assieme costruiamo, che tutti, senza eccezione, siamo in grado di modificare.

Un genitore che rimprovera il figlio perché piange e lo incita a reagire “da uomo” al pugno ricevuto dal compagno;
ragazzi che scherniscono l’amico tradito dalla fidanzata, invece di supportarlo e legittimare il suo dolore;
il manifesto pubblicitario di una casa automobilistica con una ragazza seminuda sdraiata sul cofano;
Aggredire ogni donna che prenda posizione in pubblico, da Greta a Carola Rackete a Silvia Romano non confrontandosi nel merito delle affermazioni che fa ma utilizzando insulti sessisti per “rimetterla al suo posto”, negandole a priori lo status di interlocutrice.
Libri di scuola elementare in cui la mamma è sempre in cucina a far torte mentre il babbo è astronauta o ingegnere;
dare per scontato che le donne a parità di mansioni debbano guadagnare meno degli uomini o che la disoccupazione femminile sia meno grave di quella maschile;
considerare il sesso una sorta di “riserva di caccia” del maschio predatore, considerato poco più che un orango del Borneo (ci perdonino gli orango) del tutto incapace di contenere i propri istinti: iniziare il petting con uno di questi primati significa dover per forza andare sino in fondo, perché altrimenti si innervosiscono, diventano tutti verdi e spaccano le camicie come il terribile Hulk.

Ecco, questi sono solo alcuni dei mattoni culturali che costruiscono la Grande Muraglia.
Ma è su questi che anche chi non è operatrice in un centro antiviolenza può intervenire.
In famiglia, a scuola, al lavoro, con gli amici.
Ogni battuta sessista respinta al mittente, ogni comportamento simile a quelli che ho elencato che viene contrastato impedisce al muro di divenire più alto.
Nessuno è impotente contro la violenza di genere. Non è una sciagura inevitabile come vogliono farci credere.
È vero il contrario: tutti siamo potenti e importanti nel contrastare la violenza, quindi tutti siamo responsabili. Ogni giorno, tutti i giorni, a partire dalle piccole cose.
Ognuno di noi può togliere un mattone da quel muro. E se lo faremo scopriremo che persino la Grande Muraglia non è che un insieme di piccoli, friabili mattoni.

Tutto sta nel cominciare

Di Elvira Ariano

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