Genova 2001

Era l’estate del 2001, in pochi mesi si susseguirono degli eventi che sarebbero rimasti nella memoria collettiva della nostra generazione e impressi nei prossimi libri di storia.


“Un altro mondo è possibile” era l’idea di migliaia di persone, animate da spirito critico e realismo, ambientaliste e pacifiste, antifasciste, cattoliche, anarchiche, o anti-capitaliste. C’era la consapevolezza che il consumismo incontrollato, il liberismo economico e finanziario, lo sfruttamento dell’ambiente con tutti i suoi risvolti, fossero arrivati al capolinea, portando con sé un divario sociale ed economico insanabile, principalmente tra Nord e Sud, tra “Primo Mondo” e “Terzo Mondo”, ma solo come preludio dei divari interni negli stessi paesi cosiddetti “più ricchi e sviluppati”. 

Si incontravano i difensori di una erronea visione secondo cui, nel punto massimo della società globalizzata del tutto connessa nella produzione e nel consumo, si potessero dividere, in compartimenti indipendenti le Nazioni o alcune élite intoccabili. Era in un certo senso, la contraddizione “in essere” della globalizzazione, sfruttamento per gli altri e profitti per poche aziende o gruppi di persone.

I governanti del mondo “ricco” erano a Genova per difendere lo status quo, con tutti i mezzi necessari.

Contro questa ideologia elitaria del pianeta scesero per le strade di Genova un’infinità di individui, associazioni, gruppi solidali, realtà da tutta Europa e non solo. L’Italia divenne il luogo di una delle mobilitazioni internazionali più imponenti degli ultimi 40 anni. I riflettori dei media illuminarono quell’evento e la classe politica e dirigente, per mano della polizia, mise in atto “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. Uno stop netto al dissenso e all’idea di cambiamento, un oltraggio ai corpi e alla libertà di pensiero, all’esercizio della cittadinanza attiva.

Mentre in televisione i ministri del governo italiano e i generali provavano a difendere il loro operato in modo grottesco, le immagini parlavano chiaro rendendo palese la strategia miope e la reazione repressiva in atto da parte delle autorità e delle forze dell’ordine.

Ripensando a quell’anno, segnato anche dall’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti d’America, c’è la chiara sensazione che questi 20 anni passati abbiano in qualche modo confermato la lungimiranza che ispirava il movimento “No-global”. In questo lasso di tempo ci sono stati diversi conflitti armati, migliaia di vittime per la povertà, crisi finanziarie ed oggi la pandemia dilania e rende visibile agli occhi di tutti le contraddizioni economiche e sociali dei paesi più sviluppati.

Condividiamo il dolore e la malattia ma non la cura. C’è ancora l’idea insensata che sfruttare il prossimo non produca delle conseguenze negative anche per chi si sente al riparo dalle difficoltà. Deprediamo e calpestiamo l’ambiente come se vivessimo su un altro pianeta.


In quei giorni di luglio, io ero lontano da Genova perché ancora sedicenne, ricordo il rimpianto di non esserci stato. In realtà quel fatto storico segnò me e tutte le persone della mia età, e in parte, mi fece diventare la persona che sono oggi. Convinto che quelle ragioni e quelle verità, domani più di ieri, avranno volti e voci per essere conquistate. 

Scritto da Luca Speranzini

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